
Più “industria italiana” per il settore delle tecnologie solari. È quanto hanno auspicato gli addetti ai lavori riuniti per la presentazione del Solar energy report messo a punto dalla School of management del Politecnico di Milano, con l'obiettivo di fotografare il valore e il peso della filiera legata all'offerta di fotovoltaico, solare termico e termodinamico. Un “solare autarchico” che aumenti considerevolmente quel 28% che, secondo i calcoli di Vittorio Chiesa, direttore Energy & strategy group del Mip, sarebbe la marginalità complessiva che rimane nelle tasche degli operatori locali (su un volume d'affari che nel 2008 è stato di poco inferiore a 1,1 miliardi di euro per il solo fotovoltaico).
Il resto è introito delle aziende estere che «vengono spesso in Italia speculando sugli incentivi che il nostro Conto energia elargisce come in nessun altro stato, tanto che installare oggi un impianto fotovoltaico è un po' come rubare nella cassetta dell'elemosina». La battuta è di Antonio Costato, vice presidente Confindustria per l'energia e il mercato, giunto alla presentazione con le idee ben chiare su quali debbano essere le direttive di questo settore, che «come ogni comparto non deve mai perdere di vista i criteri di sostenibilità di un business».
All'Italia serve più innovazione
«Che l'Italia - ha proseguito Costato - si riappropri della sua energia (idrica e geotermica in primis, ndr) e che si faccia ricerca e sviluppo nel nostro paese. Meno politica, meno studi legali e calcoli da private equity e più ricerca e sviluppo». Sarebbe auspicabile, secondo Umberto Bertelè, presidente della School of management del Politecnico milanese, «accoppiare alle realizzazioni una crescita delle imprese italiane che si occupano di questa tecnologia. Sviluppare la ricerca, promuovere l'innovazione targata Italia». Chiamiamolo pure rinascimento energetico applicato al mondo delle rinnovabili: al Politecnico, tra l'altro, i progetti che cercano fondi e finanziamenti non mancano, non solo sul fotovoltaico, ma anche sul solare termico e soprattutto termodinamico.
Quest'ultimo, in particolare, ebbe notevole espansione negli anni '80 come risposta alla crisi petrolifera, per poi cadere nel buio, ma secondo quanto riporta Ennio Macchi, direttore del dipartimento di energia del Politecnico, «potrebbe avere grandi chance anche in Italia e gode pure di un sistema d'incentivazione che però, da quanto mi risulta, nessuno ha mai ancora chiesto».
I suggerimenti di Vittorio Chiesa
Da Chiesa arrivano tre possibili strade per rafforzare il ruolo del made in Italy: «La prima, di natura politica, richiede l'introduzione a fianco del Conto energia di meccanismi di politica industriale che incentivino direttamente o indirettamente (per esempio attraverso agevolazioni fiscali) la ricerca e gli investimenti in capacità produttiva nelle fasi più a monte della filiera. La seconda, invece, richiede che le aziende profondano uno sforzo consistente nell'incrementare la capacità produttiva (per i moduli già passata da 72 a 372 Mw nel corso del 2008), al fine di non lasciarsi sfuggire le opportunità di crescita del mercato italiano e dei più promettenti paesi europei nei prossimi quattro o cinque anni, tra cui Grecia, Francia e Romania. La terza, che ha un orizzonte temporale più lungo, riguarda la traiettoria tecnologica che le imprese italiane potrebbero abbracciare per il futuro. Considerata l'impossibilità di competere con i big del silicio, sarebbe opportuno concentrare gli sforzi sul film sottile, tecnologia emergente destinata a raggiungere quote del 20-30% del mercato entro cinque o sei anni, dove sarebbe ancora possibile costruire una posizione di forza».


















