
Gli obiettivi fissati dall'Unione europea per la sostituzione di una quota di combustibili fossili con fonti di energia rinnovabili richiedono necessariamente lo sviluppo di nuovi sistemi di processi e prodotti in grado di aumentare l'offerta di soluzioni alternative per la produzione di energia tramite la valorizzazione di scarti, residui ed effluenti derivanti dai processi di lavorazione agricole e industriali. Il settore agroindustriale è indubbiamente il più qualificato per produrre energie rinnovabili e più in generale prodotti in sostituzione di quelli tradizionali di origine petrolchimica (bioplastiche, biolubrificanti, biopesticidi e altri) partendo da materie prime di origine agricola, forestale e zootecnica.
Le biomasse coprono oltre il 10% della produzione di energia primaria a livello mondiale e circa il 6% a livello nazionale e costituiscono una materia prima rinnovabile e utilizzabile per la produzione di energia elettrica e termica. La trasformazione di biomasse in energia elettrica avviene a mezzo di combustione diretta, che dà luogo a energia termica riutilizzabile per il riscaldamento domestico, civile, industriale, oppure energia elettrica o a entrambe le forme di energia, elettrica e termica per cogenerazione. In quest'ultimo caso, la resa energetica complessiva raggiunge circa l'80% del potenziale energetico delle biomasse. Nei Paesi industrializzati è prevedibile una rapida espansione delle biomasse, soprattutto in funzione della possibilità di ricavare i cosiddetti biocarburanti liquidi (bioetanolo e biodiesel) e gassosi (biometano e bioidrogeno), indispensabili ai fini dell'autotrazione. Per quanto riguarda i cosiddetti biocarburanti liquidi di prima generazione, e in particolare il bioetanolo e il biodiesel, il primo è ottenuto da materie prime zuccherine o amidacee, mentre il secondo è estratto tramite processo chimico da piante oleaginose. L'industria chimica punta, però, a ottenere queste sostanze da processi tecnologicamente più moderni e innovativi, che vedono il loro punto di forza nei microrganismi sensibili al calore, come il Clostridium thermocellum, e negli enzimi.
Poiché nel prossimo futuro zucchero, amidi e piante oleaginose non saranno più sufficienti a garantire una produzione di biodiesel e bioetanolo, già ora si stanno cercando soluzioni alternative che daranno luogo ai biocarburanti liquidi di seconda generazione. Questi, nella previsione dell'ingegneria chimica, utilizzeranno biomasse lignocellulosiche derivanti dagli scarti di lavorazioni agricole e forestali. «Le attività di ricerca e sviluppo sono ancora a scala di laboratorio o di progetto pilota, sebbene a breve termine siano previste realizzazioni di maggiori entità» spiega Mario Beccari, professore del dipartimento di Chimica dell'Università La Sapienza di Roma. I biocarburanti liquidi di terza generazione sono, invece, destinati a sostituire le attuali colture agricole con altre espressamente rivolte all'uso energetico e adattabili a terreni marginali. Si prevede quindi di produrre bioetanolo da graminacee e biodiesel da alghe ricche in lipidi e piante oleaginose non commestibili come la Jatropha curcas.


















