
Diversi studi, infatti, confermano un paradosso: spesso i combustibili ecologici, derivati per esempio dal grano o dall’olio di palma, possono addirittura aumentare l’inquinamento rispetto al gasolio. Ciò dipende da vari fattori, come l’eventuale deforestazione per fare spazio alle piantagioni e l’uso di fonti fossili negli impianti che convertono le materie prime in biodiesel.
Così la ricerca tecnologica si sta spostando verso la produzione di bbiocarburanti cosiddetti di seconda generazione, che sfruttano cioè biomasse, come residui agricoli e forestali, trucioli di legno e altri materiali vegetali di scarto. Un esempio è il gruppo francese Sofiproteol nell’ambito del programma BioTFuel. L’azienda investirà 112 milioni di euro in cinque anni per realizzare due impianti pilota con un rendimento del 20-30%: da una tonnellata di biomassa secca si potranno ricavare fino a 300mila litri di biocarburante.
Un altro progetto coinvolge l’italiana Novaol per lo sfruttamento delle micro alghe. Queste garantiscono rendimenti energetici decisamente superiori alle piante tradizionali. Mentre un ettaro coltivato a girasoli o colza può produrre al massimo una tonnellata annua d’olio vegetale puro, un ettaro di micro alghe può generare dalle dieci alle venti tonnellate di liquido utilizzabile successivamente come biocarburante.


















