
La direttiva europea recepita in Italia con il decreto 188 del novembre 2008, infatti, stabilisce che dal 26 settembre scorso la responsabilità della raccolta e del trattamento di pile, batterie e accumulatori è attribuita ai produttori/importatori, i quali sono obbligati a istituire e finanziare adeguati sistemi in grado di garantire il funzionamento dell'intera filiera.
«Il decreto 188 ha affermato di fatto da liberalizzazione del mercato - ci ha spiegato Andrea Ratti, amministratore delegato di Csr, Centro Servizi Raee, operatore attivo in ambito Raee che ora estende la propria attività a questo nuovo segmento, puntando al 50% del mercato -. Fino ad ora il mondo delle pile ricadeva nell'ambito della raccolta gestita dal Cobat, ora si è creato un sistema aperto a diversi sistemi collettivi».
Concretamente il meccanismo dovrà funzionare così. I sistemi collettivi, in base alle quote di mercato dei produttori consorziati, saranno incaricati da un arbitro, rappresentato da un centro di coordinamento, di andare a prelevare le pile presso determinati punti di ritiro, che si calcola siano circa 350mila tra supermercati, tabaccai e tutte le altre categorie di esercizi commerciali che annoverano le pile tra le proprie referenze. Il ritito, tuttavia, non avverrà presso tutti i 350mila punti: si punterà a definire soglie minime sotto le quali la raccolta non verrà effettuata.
Il passaggio dalla teoria alla pratica, però, non è semplice: «Per una volta l'Italia è in ritardo come altri Paesi europei - spiega Ratti - ma mentre alcuni hanno definito almeno le modalità di raccolta e stanno partendo, noi siamo fermi alla legge. Fino ad oggi sono mancate due cose fondamentali: il centro di coordinamento, cioè l'arbitro che deve gestire il sistema, e un decreto che definisca le modalità di finanziamento dell'operazione». Il finanziamento funzionerà in ogni caso sull'immesso: i produttori, cioè, pagheranno per ogni pila un piccolo valore economico al consorzio cui appartengono, che servirà anche per pagare il ritiro delle pile sul territorio.
Quanto al problema del centro unico di coordinamento, finora si sono fronteggiati due poteri contrapposti: da un lato quello dell'Anie (mondo dell'elettronica), espressione delle pile portatili, dall'altro il Cobat e, quindi, il mondo delle batterie dei veicoli al piombo, anch'esso coinvolto dai cambiamenti imposti dal decreto 188. E solo in quest'ultimo caso c'è in gioco un valore economico interessante, dato che qui la raccolta in sé genera guadagno. «Nel caso delle pile - puntualizza Ratti - il ritiro è quasi un puro costo e i produttori vogliono quindi realizzare un sistema estremamente regolamentato, in modo che le regole vengano applicate da tutti i player del mercato e il “danno economico” sia uguale per tutti». Sembra comunque che il confronto si sia avviato verso una soluzione, con la recente approvazione del nuovo statuto del Cobat, che allarga le competenze del consorzio a sostegno della categoria dei produttori di pile ed accumulatori.
Anche il ritiro delle pile, tuttavia, potrebbe tramutarsi da costo a opportunità. Bisognerebbe orientare il mercato - produttori e consumatori - verso le pile stilo ricaricabili, a discapito di quelle alcaline, quasi interamente non riciclabili, che attualmente costituiscono l'80% del ritirato. «Le batterie ricaricabili di cellulari, computer portatili, ma anche le pile stilo ricaricabili, contengono metalli pesanti come litio e cadmio che possono essere recuperati e poi ritrasformati in materie prime secondarie e riutilizzati per produrre nuovamente pile» osserva Ratti. Si potrebbe innescare un meccanismo doppiamente virtuoso: oltre ai vantaggi ambientali (meno rifiuti da smaltire), il recupero locale di materie prime altrimenti inesistenti - attualmente non effettuato nel nostro Paese - potrebbe dare l'impulso per una produzione locale, a costi più contenuti, di pile ricaricabili totalmente made in Italy.


















