
Chi semina più spazzatura?
Secondo il rapporto, i rifiuti generati annualmente ammontano a circa quattro miliardi di tonnellate tra urbani e industriali, di cui solo 2,74 miliardi subiscono un adeguato procedimento di raccolta. Si tratta ovviamente di stime, data la notevole difficoltà nel trovare dati precisi, soprattutto nei paesi in via di sviluppo dove opera un capillare sistema di raccolta “parallelo”, che impiega le fasce più povere della popolazione e spesso si organizza in cooperative o associazioni. Sono i paesi più ricchi a produrre più scarti: gli Stati Uniti guidano la classifica dei rifiuti urbani raccolti (226 milioni di tonnellate), seguiti dall'Europa quasi a pari merito (225,8) e dalla Cina con 148 milioni di tonnellate. Gli Stati Uniti producono anche il maggior numero di rifiuti per abitante (760 kg annui), davanti all'Australia e all'Europa.
Sulla scia di questi numeri, si può calcolare che l'umanità produca giornalmente almeno dieci milioni di tonnellate di spazzatura, di cui circa un kg e mezzo per abitante nelle zone urbane. Queste cifre sono destinate a impennarsi nei prossimi anni, con l'aumentare della popolazione mondiale, concentrata in metropoli sempre più vaste. Perciò Chalmin ha indicato nel “senso della scarsità” il valore decisivo per le politiche energetiche e ambientali. Bisogna considerare i rifiuti come un immenso giacimento, un costo da trasformare in risorse attraverso il riciclo e il recupero dell'energia, perché le materie prime a nostra disposizione diminuiranno costantemente.
Le nostre contraddizioni
Proprio qui scatta la trappola per l'Italia, imprigionata in varie contraddizioni: la discarica regna sovrana nonostante il nostro paese sia tra i dieci più industrializzati al mondo e senza spazi sufficientemente ampi da utilizzare allo scopo (al contrario di nazioni come gli Stati Uniti e l'Australia). Ci sono pochi inceneritori e termovalorizzatori, nonostante la forte densità urbana, mentre paesi piccoli e assai popolati come il Giappone e la Danimarca si affidano principalmente a questa forma di smaltimento. Anche gli Stati Uniti buttano la maggior parte dei rifiuti nelle discariche, ma si notano le prime inversioni di tendenza. I siti sono passati da oltre 6mila a meno di 2mila dagli anni '90 al 2006; la capacità di stoccaggio residua (ai livelli attuali) è inferiore a venti anni. Ciò ha portato l'attenzione sul riciclo dei rifiuti, ad esempio a New York e nel settore della Pubblica amministrazione.
Come agiscono gli altri paesi europei
Occorre quindi un mix bilanciato tra riciclaggio, trattamento termico e produzione di compost, per ridurre l'inquinamento e ottenere benefici economici dai nostri scarti. È lo stesso ragionamento che vale quando si discute di come produrre energia, soppesando vantaggi e svantaggi delle diverse fonti fossili e rinnovabili. Ogni paese deve trovare la sua formula: in alcuni casi, può convenire bruciare una certa quantità di rifiuti, piuttosto che avviarla a riciclo, se si tiene conto dei costi di produzione e trasporto degli oggetti fabbricabili con le cosiddette “materie prime secondarie”. Il mercato mondiale per le attività legate ai rifiuti vale circa 300 miliardi di euro l'anno. Un terzo della spazzatura raccolta entra in un nuovo ciclo di vita (energia o materiali riciclati).
Certo è che il ruolo delle discariche deve diminuire. La Germania vieta dal 2005 di gettare in discarica i rifiuti senza averli prima trattati; così oltre il 50% della spazzatura raccolta passa dal riciclo o dal compostaggio, mentre il 25% alimenta gli inceneritori. La Gran Bretagna ha recentemente adottato un sistema di crediti simile a quello per le emissioni di Co2: ogni territorio riceve un tetto massimo di rifiuti da smaltire nei siti tradizionali, che si può superare soltanto acquistando crediti da altri territori più virtuosi. Grazie a ciò, il peso delle discariche è calato del 24% negli ultimi due anni.


















