
Per il Wwf «invocare nel provvedimento in discussione oggi l'obbligo comunitario è un falso problema, visto che permane saldo, nel diritto e nell'esperienza comunitaria, l'istituto dell' in house providing, ovvero quel complesso di strutture che svolgono attività di pubblica amministrazione. Per il Wwf sarebbero altri gli obblighi, non solo comunitari, e le esigenze a cui l'Italia dovrebbe dar seriamente seguito e che sono il presupposto per garantire una gestione adeguata dell'acqua, a partire dall'urgente, necessità di istituire le Autorità di distretto, ampi ambiti territoriali per pianificare e gestire l'uso dell'acqua ma anche tutte le altrettanto urgenti politiche di difesa del suolo».
Molto netta anche la posizione di Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente: «L'acqua è un bene comune, il suo utilizzo deve rispondere a criteri di utilità pubblica. Obbligare la privatizzazione del servizio idrico, pertanto, vuol dire intraprendere la strada sbagliata. La maggior parte delle esperienze di privatizzazione di questo servizio, infatti, non hanno portato al miglioramento della qualità della risorsa, né alla diminuzione dei consumi e dei costi per i cittadini. Proseguire sulla strada della privatizzazione vuol dire che entro i prossimi quindici anni il 65% del servizio idrico dell'Europa e del Nord America sarà gestito da sole tre multinazionali. Una decisione come questa, inoltre, non tiene conto delle buone esperienze di gestione pubblica, mettendo tutti sullo stesso piano con gravi conseguenze sulla qualità del servizio offerto ai cittadini».
In trincea pure il Governatore della Regione Puglia, Nichi Vendola, che ha dichiarato: «La privatizzazione dell'acqua è una bestemmia contro Dio». La Giunta regionale pugliese ha inoltre deciso di ricorrere alla Corte costituzionale contro il decreto Ronchi. In controtendenza è invece la posizione di Antonio Catricalà, presidente dell'Antitrust: «Il provvedimento relativo ai servizi locali e in particolare all'acqua, contenuto nel dl Ronchi, mi sembra positivo perché dà luogo a una liberalizzazione da tanto tempo auspicata dall'Antitrust. L'acqua rimarrà un bene pubblico ma il servizio finalmente viene liberalizzato, il che non vuol dire necessariamente privatizzato, ma che si apre ai privati la possibilità di esercizio in questo servizio essenziale. Rimane da chiarire chi sarà l'Autorità che verificherà e stabilirà standard qualitativi minimi essenziali e che vigilerà sulle tariffe».


















