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Verso Copenaghen: il mondo vanifica gli sforzi europei
Analisi
Verso Copenaghen: il mondo vanifica gli sforzi europei
Il Vecchio Continente può addirittura superare gli obiettivi di Kyoto, ma Stati Uniti e Cina devono ancora trovare una strategia comune
20 Novembre 2009
Non è per giocare al catastrofismo in stile 2012 come nell’ultimo film di Roland Emmerich ma pare che la Terra, oltre a scaldarsi gradualmente, stia diventando un po’ asmatica. A poco vale l’impegno europeo contro i cambiamenti climatici, senza il contributo di tutti gli altri paesi. Una ricerca condotta da una trentina di scienziati e pubblicata sull’edizione online della rivista Nature Geoscience, infatti, sostiene che il terreno e gli oceani non riescono più ad assorbire la Co2 prodotta dall’uomo. Le riserve naturali di anidride carbonica - riassume così l’agenzia Ansa - stanno diminuendo (per esempio a causa della deforestazione) lasciando un’atmosfera sempre più satura di Co2.

Troppo carbone

Dal 1959 al 2008, affermano i ricercatori, la quota di Co2 rimasta in atmosfera è passata dal 40 al 45%, e in parallelo le emissioni di combustibili fossili sono salite del 40% dal 1990 al 2008, con una media superiore al 3% negli ultimi otto anni. In pratica, da un lato aumenta la produzione umana di gas serra e dall'altro diminuisce la capacità di assorbimento da parte del Pianeta.
Siccome il carbone è uno dei principali responsabili di questa situazione, soprattutto nei paesi emergenti come Cina e India ma anche negli Stati Uniti, lo studio pubblicato da Nature riporta l’attenzione sul prossimo vertice di Copenaghen sul clima. C’è il rompicapo di quale accordo potranno raggiungere paesi molto distanti nelle rispettive politiche ambientali. L’Europa è sulla buona strada e anzi potrebbe superare gli obiettivi del protocollo di Kyoto ma Stati Uniti e Cina, che da soli valgono oltre il 40% delle emissioni mondiali, dovranno pedalare parecchio per trovare una strategia comune.

Un piede in due scarpe per Stati Uniti e Cina
Posto che Obama e il presidente cinese Hu Jintao non sono pronti per stabilire limiti precisi alle emissioni dei loro paesi, gli sforzi si concentrano su un "piano B" con aiuti finanziari alle nazioni in via di sviluppo per investire nelle rinnovabili e nell’efficienza energetica. Lo scopo è guadagnare tempo per proporre leggi nazionali sulla riduzione della Co2, indispensabili per aderire a un trattato mondiale in materia. Intanto prosegue la cooperazione tra Stati Uniti e Cina nel settore energetico, soprattutto nella tecnologia Ccs (carbon capture and storage) per il cosiddetto “carbone pulito” e nelle fonti rinnovabili, eolico in primis.

L’Europa sola al comando
L’Europa, invece, è addirittura in corsia di sorpasso. I quindici paesi firmatari del protocollo di Kyoto, secondo gli ultimi dati dell’Agenzia europea dell’ambiente, potrebbero diminuire le emissioni di Co2 del 13% nel 2012 rispetto al 1990, mentre il traguardo di Kyoto è pari a -8% sull’anno di riferimento. Francia, Germania, Grecia, Svezia e Gran Bretagna hanno già soddisfatto pienamente i livelli di Co2 fissati per loro dal protocollo. Ciò grazie a un mix di fattori: le attuali politiche ambientali, i crediti di emissione per i progetti anti inquinamento realizzati in paesi extra Ue, lo scambio di quote di Co2 (Ets, Emission trading scheme), la corretta gestione del patrimonio forestale.

Uno sforzo vano?
Per quanto riguarda l’obiettivo unilaterale stabilito dal programma 20x20x20 che punta a ridurre le emissioni del 20% entro il 2020 (sempre rispetto al 1990), l’Agenzia europea ritiene che le misure interne potrebbero valere quasi i tre quarti di questa percentuale. Tuttavia, per contenere entro due gradi centigradi l’aumento della temperatura terrestre, che è il limite giudicato accettabile dall’Agenzia internazionale dell’energia, serve uno sforzo di tutti i paesi. L’Europa da sola è quasi una goccia in mezzo al mare. «Le emissioni risparmiate in Europa in virtù di Kyoto sono, infatti, pari a quelle della Cina in un anno», ha ricordato il presidente di Enel, Piero Gnudi. L’Europa possiede già la sua politica energetica: quanto aspetteranno le altre potenze mondiali?
 
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