Tutto ciò che Copenaghen è riuscita a produrre è un accordo tra Stati Uniti, Cina, India, Brasile e Sudafrica sulla necessità di contenere l'aumento della temperatura terrestre entro i due gradi centigradi e sull'aiuto finanziario ai paesi poveri per le rinnovabili e la lotta all'inquinamento (30 miliardi di dollari dal 2010 al 2012). Gli altri paesi, Europa compresa, hanno semplicemente preso atto di questo “Copenaghen Accord” rimandando ogni altro progetto ai prossimi incontri internazionali, in primis a Città del Messico il prossimo dicembre 2010.
L'impegno vincolante sulla riduzione delle emissioni è caduto sulle ritrosie americane e cinesi, perché i rispettivi leader (Barack Obama e Wen Jiabao) sono ancora impastoiati nelle lobby delle energie tradizionali come il petrolio e il carbone. Così anche l'Europa è rimasta ancorata al suo obiettivo per il 2020 (-20% di gas serra rispetto al 1990): era pronta ad alzare la posta se le altre potenze economiche mondiali avessero offerto obiettivi comparabili. Dunque zero a zero e palla al centro: la “green economy” ha bisogno di sforzi ben maggiori di quelli visti finora.


















