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Raffinerie italiane, troppo vecchie per tenere il passo
Analisi
Raffinerie italiane, troppo vecchie per tenere il passo
Il presidente dell'Unione petrolifera, Pasquale De Vita, lancia l'allarme: quattro o cinque stabilimenti rischiano di chiudere coinvolgendo fino a 7.500 lavoratori
03 Febbraio 2010
Le raffinerie italiane sono sull'orlo della chiusura. Colpa del mercato o dei mancati investimenti? Il presidente dell'Unione petrolifera, Pasquale De Vita, ha riassunto i numeri del Consuntivo 2009 sui consumi del nostro Paese: -2,8% per i carburanti (benzina più gasolio) e -6,6% per quelli petroliferi complessivi rispetto al 2008. Negli ultimi cinque anni, secondo De Vita, il settore della raffinazione ha perso 15 milioni di tonnellate e la batosta è destinata a colpire ancora più duramente. La lavorazione del greggio negli stabilimenti italiani potrebbe subire un taglio pari a 20 milioni di tonnellate; la produzione di carburanti e combustibile diminuirebbe così di circa 12 milioni.

La miccia della disoccupazione
È un problema con due facce: non solo la recessione economica che ha congelato i consumi energetici, ma anche la concorrenza delle raffinerie extra Ue. I nostri impianti, già provati dal calo della domanda interna, hanno dovuto fronteggiare una riduzione superiore al 10% nelle esportazioni. Così ci sono quattro o cinque raffinerie sulle 16 operanti in Italia che rischiano la chiusura e circa 7.500 lavoratori coinvolti (tra quelli degli stabilimenti e quelli dell'indotto). «Ci sono raffinerie ferme, si è ridotta la capacità ed è difficile pensare che si terranno aperte raffinerie che lavorano al 50 per cento», ha commentato De Vita. Senza contare gli investimenti necessari per fronteggiare la concorrenza asiatica e rispettare le norme ambientali imposte dall'Unione europea.

De Vita: la concorrenza è sbilanciata
Da tutto ciò, aggiunge il presidente dell'Unione petrolifera, emerge un settore tutt'altro che ricco ma piuttosto in evidenti difficoltà nel mantenere le sue quote di mercato. De Vita cita l'esempio degli impianti nel Medio Oriente, dove mancano vincoli ambientali e i costi di produzione sono sensibilmente inferiori. A questa concorrenza sbilanciata, spiega il presidente, il Governo italiano dovrebbe rispondere con regole tali da favorire e semplificare gli investimenti, anziché contribuire alle frequenti critiche rivolte al settore petrolifero italiano (soprattutto sul versante dell'inquinamento). Il rischio è che le compagnie energetiche dirottino le loro risorse su altri paesi, abbandonando l'Italia.

Le responsabilità degli industriali
Sarebbero però pesanti, secondo Filcem Cgil, le responsabilità degli industriali per la gravità di questa situazione. Il segretario nazionale, Gabriele Valeri, ha bollato le dichiarazioni di Pasquale De Vita come “ricatto occupazionale” per eliminare la Robin Tax e scaricare i costi sulla collettività. La crisi attuale delle raffinerie italiane, secondo Valeri, dipende in buona parte dai mancati investimenti degli anni passati: a parte l'impianto Saras di Cagliari e quello Eni di Sannazzaro (Pavia), gli altri stabilimenti sono rimasti obsoleti. Martino Landi, presidente Faib Confesercenti, è sulla stessa linea di pensiero: «Serve un progetto di ristrutturazione, anche perché diversi impianti appaiono ormai vetusti. Il futuro del mercato dell'auto proporrà profondi cambiamenti con l'estensione del metano, gpl e l'ingresso delle vetture elettriche». Nell'immediato, invece, per Landi bisognerebbe tagliare i prezzi dei carburanti di cinque o sei centesimi per rilanciare i consumi.
 
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