
Dal 2013, dunque, molte delle industrie che attualmente si vedono assegnare gratuitamente i certificati (circa il 90% del totale è ceduto gratis) dovranno iniziare a comprarseli utilizzando meccanismi d'asta. Il sistema Ets attualmente interessa un bacino di 11mila impianti altamente “energivori”, nei settori della produzione elettrica e dell'industria (raffinerie, acciaierie, cartiere, cementifici, industrie della ceramica). Si stima che tale bacino valga circa il 50% delle emissioni di Co2 europee e il 40% di tutti i gas a effetto serra prodotti nel Vecchio Continente.
La storia dell'emission trading
L'Ets ha alle spalle una fase sperimentale già consolidata. Si tratta di uno strumento di mercato flessibile che ha visto la luce nel 2003, prima che entrasse in vigore il protocollo di Kyoto all'interno del quale è stato previsto. “L'Ets ha istituito un sistema obbligatorio, limitato alle grandi fonti di Co2, basato su permessi di emissione di una determinata quantità di gas in un determinato periodo di tempo. Si trattò allora di un chiaro segnale politico dell'Ue che, con una scelta autonoma, decise di creare un mercato di quote di emissione aperto a tutti su base comunitaria” ha affermato Barbara Pozzo, (Fondazione Lombardia per l'Ambiente e Università degli Studi dell'Insubria) durante un convegno organizzato con la Camera di commercio di Milano che ha fatto il punto sul tema.
Già dall'inizio era stata prevista una fase di test, fino al 2007, senza obiettivi vincolanti, seguita da una di attuazione, dal 2008 alla fine del 2012, caratterizzata da obblighi precisi finalizzati al raggiungimento degli obiettivi di Kyoto e, infine, da una terza fase di potenziamento, dal 2013 al 2020, che dovrebbe contribuire al raggiungimento degli obiettivi del pacchetto clima-energia 20x20x20. L'Ets Prevede ovviamente un sistema di monitoraggio, di verifica delle emissioni emesse ogni anno e sanzioni pecuniarie (oppure compensazioni nell'anno successivo) in caso di sforamento.
In Italia il reale recepimento della direttiva Ets (che prevedeva attuazione entro dicembre 2003 con entrata in funzione a gennaio 2005) è arrivato con una buona dose di ritardo e solo nel 2006, con l'istituzione di un'autorità nazionale competente e di un registro nazionale delle emissioni, si sono poste le basi per la sua attuazione.
Pro e contro
Il sistema Ets, oltre a fungere da deterrente anti-inquinamento per le aziende, ha buone potenzialità dal punto di vista economico. Nel 2005 sono stati scambiati 362 milioni di permessi, per un controvalore di circa 7,2 miliardi di euro. I volumi di scambio sono gradualmente aumentati fino agli oltre 3 miliardi di permessi (equivalenti a 3 miliardi di tonnellate di Co2) del 2008. Attualmente il trading europeo vale oltre il 70% degli scambi globali di Co2 e il prezzo medio di un Eua (Eu allowances), che attualmente si aggira sui 13 euro, è probabilmente destinato ad aumentare.
Tuttavia, il meccanismo Ets si è tirato addosso più di una critica perché, nei fatti, non sembra centrare gli obiettivi iniziali. Se le intenzioni (quelle dell'incentivo a una industria più pulita) erano buone, i detrattori sottolineano che nella partita hanno finito per giocare operatori finanziari che hanno acquistato e impacchettato crediti Ets in prodotti finanziari assai “fumosi”. Viene criticata, ovviamente, l'eccessiva quantità di permessi assegnati gratuitamente. Con la crisi economica e la conseguente stagnazione di produzione e consumi, molte industrie hanno approfittato dell'occasione vendendo, spesso a prezzi bassi, permessi gratuiti inutilizzati. E i costi bassi della Co2, osservano gli analisti, sono un altro fattore disincentivante per investire in tecnologie ed energie pulite. Perché spendere molto per non inquinare quando i crediti di emissioni si trovano sul mercato a prezzi stracciati?
Progetti Ji e Cdm
Dal 2004 la Ue ha aggiunto due ulteriori strumenti utilizzabili dalle aziende per far fonte agli obiettivi di Kyoto, di cui fanno parte: la Joint Implementazion (Ji) e il Clean Development Mechanism, (Cdm): prevedono entrambi la possibilità di compensare le proprie emissioni con progetti “puliti” realizzati in Paesi sviluppati con obblighi di contenimento dei gas serra (nel caso del Ji) oppure in Paesi in via di sviluppo (Cdm). I due programmi danno diritto a crediti (rispettivamente, Eru, Emissions reductions unit e Cer, Certified emissions reduction) che si possono scambiare o utilizzare per rispettare gli obblighi del Protocollo. Di fatto, Ji e Cdm si possono interpretare come un modo per delocalizzare i tagli alle emissioni e, non a caso, anche questi meccanismi sono oggetto di critiche. Inoltre, come ha sottolineato recentemente Sergio Treichler di Federchimica, spesso questi progetti sono di dimensioni tali, dal punto di vista dell'investimento necessario, da essere fuori dalla portata delle medie aziende italiane.
I punti salienti del nuovo Ets
A qualcuna di queste lacune cercherà di rimediare la revisione al sistema Ets che sarà attuata dal 2013. L'obiettivo generale è una migliore armonizzazione e centralizzazione del sistema, anche sul fronte dei sistemi di monitoraggio e verifica delle emissioni. Vi saranno poi dei meccanismi che aumenteranno le capacità previsionali a vantaggio degli operatori di mercato, anche per conferire una maggiore credibilità internazionale.
Dal punto di vista tecnico, vi sarà un'estensione del perimetro che coinvolgerà altri settori industriali (i voli aerei su territorio europeo già dal 2012) e altri gas serra le cui emissioni siano misurabili. Sarà istituito un sistema unico a livello europeo di emissione dei permessi che rimpiazzerà quelli nazionali e il numero totale dei permessi disponibili sarà progressivamente ridotto (fino al 21% nel 2020 rispetto i livelli di emissioni verificate nel 2005), con l'obiettivo di dare più stabilità a lungo termine ai prezzi della Co2 e al mercato. Si cercherà anche di armonizzare maggiormente i sistemi Ji e Cdm con quelli di altri Paesi a livello mondiale.
Soprattutto, l'asta diventerà progressivamente il principio base per allocare i permessi, improntando realmente l'Ets al principio che “chi inquina paga”. Le contrattazioni saranno gestite dai Governi nazionali ma aperte ad acquirenti da qualsiasi parte d'Europa. Dal nuovo sistema ci si aspetta un contributo aggiuntivo di 120-130 milioni di tonnellate di Co2 all'anno inserite nei permessi, e una copertura estesa al 43% dei gas serra generati in Europa.
La distribuzione dei permessi
La compagnie elettriche potrebbero essere il primo bersaglio della revisione: dal 2013 in linea di principio dovranno acquistare tutti i permessi per le emissioni dei propri stabilimenti (ci sarà qualche possibilità di deroga temporanea per alcuni impianti esistenti). Stessi obblighi anche gli impianti di Ccs (Carbon capture and storage), relativamente ai processi correlati con la propria attività. Per gli altri settori ci sarà una transizione progressiva verso il sistema d'asta, partendo dal 20% dei permessi nel 2013, fino al 70% nel 2020, con la previsione di arrivare al 100% nel 2027.
L'88% dei permessi sarà distribuito tra gli Stati membri della Ue in base alle rispettive emissioni (verificate nel 2005 sugli stabilimenti “target”), il 10% sarà distribuito agli Stati meno ricchi come contributo da destinare alla riduzione della “carbon intensyty” e il restante 2% sarà invece elargito come bonus ai Paesi che al 2005 sono risultati più virtuosi riducendo del 20% le proprie emissioni rispetto ai livelli dell'anno di riferimento indicato nel Protocollo di Kyoto (in pratica, tutti i paesi dell'Europa del'Est).
Si stima che a regime, cioè verso il 2020, le aste sulla Co2 possano portare nelle casse pubbliche europee 30-50 miliardi di euro all'anno. Almeno la metà di tali introiti dovrebbe essere spesa per combattere il cambiamento climatico in Europa e nei Paesi in via di sviluppo.
Il problema delle deroghe
Fin qui tutto bene, ma c'è un problema. Il nuovo Ets prevede che la compravendita possa essere evitata nel caso di industrie altamente energivore che potrebbero veder messa a rischio la propria competitività internazionale; queste industrie continuerebbero insomma a ricevere i permessi gratuitamente. L'obiettivo è evitare il cosiddetto “carbon leakage”, letteralmente la fuga del carbonio, determinata dal fatto che interi settori industriali potrebbero decidere di delocalizzare andando a produrre in Paesi non vincolati da normative ambientali. Un'eventualità, questa, ancora più ipotizzabile dopo il fallimento di Copenaghen. Di fatto, le imprese potrebbero continuare a inquinare altrove, oltretutto portando via posti di lavoro in Europa.
Il rovescio della medaglia è che questa deroga coinvolgerebbe ben 164 settori e sub-settori industriali attualmente considerati a rischio: secondo alcuni osservatori il bacino vale oltre il 70% delle emissioni nocive del Vecchio Continente. La Commissione europea ha comunque ancora un po' di tempo per aggiustare il meccanismo cercando il giusto compromesso per tutelare le aziende e salvare il clima.



















