In base ai criteri Ue, ogni litro di biocarburante dovrebbe ridurre almeno del 35% le emissioni rispetto all'uso di un quantitativo equivalente di origine fossile. Tuttavia, lo studio dimostrerebbe come l'uso dell'olio di palma porti a un aumento del 31% delle emissioni, se si considera l'anidride carbonica rilasciata durante il processo di conversione delle foreste in campi coltivati. Un simile schema è applicabile alla soia e ai semi di rapa, a loro volta utilizzati per produrre biocarburanti. Bisogna infatti tenere conto che a una piantagione di palma da olio servono sino a 840 anni per compensare le emissioni prodotte dal disboscamento.
Sebbene i calcoli effettuati nello studio si riferiscano a un caso limite, è fuori dubbio che per valutare la reale ecosostenibilità dei bio fuel bisogna tener conto di numerosi e complessi fattori.
A questa sfida si dichiara pronta l'Unione Produttori Biocarburanti, l'associazione aderente a Confindustria che riunisce l'industria italiana dei biocarburanti, che tuttavia segnala importanti criticità per la dopravvivenza del settore e lamentta la mancanza di un impegno diretto allo sviluppo del mercato nazionale e.la mancanza di certezza normativa.
L'associazione saluta positivamente il Decreto che stabilisce le percentuali minime di biocarburanti da immettere in mercato per il triennio 2010-2012 (dal 3,5% nel 2010,al 4,5% nel 2012), ma sottolinea che nella pratica si apre il mercato italiano alle importazioni di biocarburanti dall'estero a discapito del prodotto locale.
“Siamo estremamente preoccupati perchè alcuni operatori nazionali sono già stati costretti alla chiusura, mentre impianti pronti a entrare in funzione sono fermi, significativi investimenti già programmati per il 2010 sono stati rinviati ed è a rischio un migliaio di posti di lavoro”, ha dichiarato Giancarlo Jacorossi, Presidente Assocostieri Unione Produttori Biocarburanti.
Restano infatti irrisolti alcuni problemi strutturali che penalizzano i produttori nazionali di biocarburanti rispetto agli operatori globali: prima di tutto i costi di produzione più alti, soprattutto a causa delle tariffe dell'energia elettrica e della manodopera. All'estero inoltre spesso vige un contesto legislativo e autorizzativo più favorevole.
In particolare, a pesare è la concorrenza delle importazioni da Paesi extra UE (Argentina, Brasile, Malesia, Usa e Canada), resa possibile grazie a incentivi pensati per sviluppare i mercali locali, ma poi utilizzati anche per favorire le esportazioni verso l'Europa.
L'Unione chiama in causa anche i grandi speculatori internazionali che "usano il biodiesel come sottoprodotto di giochi speculativi che niente hanno a vedere con la realtà dell'industria e del mercato. Di nuovo distorsioni create dalla finanziarizzazione delle materie prime".


















