
Come pagare? Dal consumo alla Co2
C'è di mezzo la delicata questione del chi deve pagare quanto. Semeta vorrebbe ribaltare il sistema attuale delle accise, calcolate sui consumi delle fonti fossili (carbone, petrolio e gas naturale). Il conto è tanto più salato quanto più carburante si utilizza per alimentare i motori o produrre elettricità o riscaldare gli edifici. Ciò provoca delle contraddizioni: per esempio, l'accisa dell'etanolo è spesso maggiore di quella del carbone. La nuova tassa colpirebbe invece la quantità di Co2 emessa, promuovendo così le fonti alternative (come i biocombustibili), che inquinano meno rispetto a quelle tradizionali. Sarebbe anche un pungolo per sviluppare tecnologie sempre più efficienti e pulite.
Favorevoli e contrari
Semeta dovrà affrontare un cammino particolarmente tortuoso; servirà un appoggio unanime per trasformare la sua proposta in legge. Il precedente commissario, Laszlo Kovacs, si era già fatto paladino della carbon tax europea, ma il presidente Barroso lo aveva bloccato, temendo che potesse guastare gli umori del Vecchio Continente alla vigilia del vertice di Copenaghen. Ci voleva un fronte comune di politica ambientale. Semeta ritiene che il momento sia propizio per rilanciare la proposta: è utopia? Alcuni Paesi lo sostengono. Non solo la Francia, ma anche quelli scandinavi, soprattutto Danimarca, Finlandia e Svezia che già nei primi anni 90 introdussero leggi analoghe. L'Irlanda ha annunciato una tassa sulla Co2 (15 euro per tonnellata) lo scorso dicembre.
Insomma i tempi potrebbero essere un po' più maturi, proprio per evitare distorsioni sul mercato europeo dovute alla presenza di varie leggi nazionali. Una tassa unica per tutti i Paesi potrebbe aiutare uno sviluppo più armonico delle fonti alternative, penalizzando l'energia prodotta con i combustibili più inquinanti e meno efficienti. Si riparte così dai dieci euro per tonnellata di Co2 emessa, proposti da Kovacs; Semeta alzerà la posta? Sicuramente ci sarà un bel risiko tra sostenitori e critici. Bisogna poi ricordare che la carbon tax non andrebbe a sistituire il sistema “cap and trade” per lo scambio di quote di Co2: quest'ultimo, infatti, riguarda solo certi settori, escludendone (per il momento) altri, come i trasporti e i consumi domestici. Sarebbe quindi un'arma in più, ma la coesistenza dei due sistemi potrebbe introdurre nuove complicazioni.
Discussioni in Francia e Stati Uniti
La via della carbon tax è in salita anche in Francia, paladina della lotta alla Co2 (senza però dimenticare gli interessi del nucleare: meno energia da gas e carbone significa ancora più elettricità dall'atomo). La Corte costituzionale francese ha bocciato la legge che sarebbe dovuta entrare in vigore nel 2010. Il difetto era che la norma avrebbe esentato oltre il 90% dell'industria francese dal pagare la tassa (17 euro per tonnellata) voluta da Sarkozy. Un migliaio d'imprese particolarmente inquinanti, tra cui raffinerie, aziende chimiche, cementifici e compagnie elettriche, non avrebbe dovuto sborsare un euro in più. Una nuova legge è già allo studio. Anche negli Stati Uniti si discute di carbon tax sui trasporti, dentro un piano più ampio per ridurre l'inquinamento senza però ricalcare uno schema di tipo europeo (cap and trade). Alcuni senatori pensano a come limitare le emissioni di Co2 con regole diverse per l'industria, i trasporti e le compagnie elettriche.


















