«In quei provvedimenti - ha dichiarato Vittorio Cogliati Dezza, presidente nazionale di Legambiente - ci sono anche errori che rischiano di vanificarne gli effetti positivi: negli impianti di piccola taglia l'allargamento della tariffa onnicomprensiva anche alle biomasse generiche parifica le biomasse agroforestali e i sottoprodotti agroindustriali alle frazioni organiche dei rifiuti urbani. Questa scelta rappresenta un errore perché non riconosce la diversa sostenibilità, economica e ambientale, di impianti alimentati da biomasse di origine locale o provenienti da filiere corte, non premia adeguatamente l'efficienza energetica e non valorizza il reddito agrario derivante dalla vendita di energia. Per gli impianti di taglia più grande si estende il beneficio della “filiera corta” non solo alle biomasse provenienti da un raggio di 70 chilometri di distanza dall'impianto, ma anche a quelle provenienti da “accordi di filiera” che permetteranno persino l'importazione dall'estero. Poiché il mercato e l'industria si muovono in base alla direzione tracciata dagli incentivi, sarebbe necessario essere molto più rigorosi nel concedere gli stessi solo a biomasse che permettano risparmi misurabili nelle emissioni di CO2 (almeno del 35%), così come si stanno orientando altri paesi europei, e sarebbe stata molto utile una tariffa incentivante modulare, che alla tariffa “base” affianchi premi per l'utilizzo del calore e per l'accorciamento della filiera».
Le agroenergie sarebbero invece da intendere - precisa il documento comune - come una fonte energetica indissolubilmente legata alle economie agricole locali e ai contesti territoriali. Questo implica uno sviluppo altamente decentrato, con scelte di tecnologie e di impianti dimensionate sulle risorse di biomassa dei diversi territori, e soltanto le filiere locali (per produrre e utilizzare energia in loco) in impianti di piccole dimensioni (inferiori a 1 MW elettrico di potenza), sono in grado di esaltare le ricadute economiche e ambientali delle agroenergie. Data l'estrema frammentazione territoriale, precisa Legambiente, per incrementare l'apporto dell'agricoltura italiana al conseguimento degli obiettivi ambiziosi fissati dall'Unione Europea per le rinnovabili (20%) e soprattutto per i biocarburanti (10% sul consumo energetico finale nel settore dei trasporti), l'impegno del Governo e delle Regioni italiane andrebbe rapidamente indirizzato a stimolare lo sviluppo del biometano (il biogas è la risorsa più abbondante in Italia), così come la ricerca e lo sviluppo dei cosiddetti biocarburanti di “seconda generazione” (in particolare i biocombustibili liquidi dai residui ligno cellulosici e dagli scarti agroalimentari).
«La possibilità che il mondo agricolo partecipi a pieno titolo alla produzione di energia dipende in larga misura dalla definizione di accordi a livello regionale o locale tra i diversi attori coinvolti, orientati a ripartire equamente su tutta la filiera il valore aggiunto prodotto - ha aggiunto Flavio Morini, delegato Anci all'ambiente -. Le filiere attivate a livello nazionale in questi anni hanno coinvolto solo marginalmente agricoltori, trasformatori e distributori locali favorendo, invece, strutture industriali che hanno utilizzato come materia prima oli o semi oleosi acquistati a basso costo sul mercato internazionale. Le agroenergie non si possono considerare una commodity energetica: se l'approccio a questa fonte è di tipo prettamente mercantile, prevale il criterio di produrre la massima quantità al minor prezzo, col conseguente ricorso a materie prime importate, senza alcuna ricaduta positiva per il sistema agricolo nazionale».


















