
Sotto accusa finisce in particolare Facebook, il re dei social network, che nel gennaio 2010 ha commissionato un nuovo gigantesco data center a Prineville, nell'Oregon, che sarà alimentato dalla Pacific Corp, una compagnia che utilizza soprattutto l'altamente inquinante carbone per la sua produzione energetica. Greenpeace saluta invece con soddisfazione la scelta di Yahoo!, che ha collocato la sua nuova area server di Buffalo nello stato di New York, uan zona dove si fa ricorso soprattutto all'energia idroelettrica. Google esce in chiaroscuro dal rapporto: il centro di Lenoir (North Carolina) si appoggia a una rete elettrica locale alimentata per il 50,8% a carbone e il 38,7% a nucleare. Decisamente meglio il centro dati di Dalles (Oregon), che si alimenta con un'elettricità generata al 50,9% da fonti rinnovabili. Anche Apple finisce sul banco degli imputati, ma non tanto per l'iPad in sé (come erroneamente riportato da molti siti), ma piuttosto per aver intrapreso lo scorso anno la costruzione di un mega data center da un miliardo di dollari in North Carolina, dove per l'appunto la fonte di produzione energetica dominante è il carbone. Male anche Microsoft soprattutto per il suo centro di Chicago, alimentato quasi esclusivamente da fonti convenzionali.
Ma è soprattutto l'attuale tasso di crescita delle tecnologie informatiche a preoccupare l'associazione ecologista: il numero di server e data center cresce nel mondo a un ritmo del 9% l'anno, così come il loro consumo elettrico. Nel 2020 queste strutture saranno perciò responsabili del 18% delle emissioni di Co2 emesse dell'intero comparto It, raggiungendo un consumo di oltre mille miliardi di kilowattora di elettricità nel 2020, mentre quasi altri mille miliardi di Kwh saranno necessari al funzionamento delle infrastrutture di telecomunicazione legate al cloud. Complessivamente si tratta di un fabbisogno triplo rispetto all'attuale, equivalente al consumo elettrico di Francia, Germania, Canada e Brasile messi insieme. L'attenzione all'efficienza energetica dei data center, sebbene riconosciuta e apprezzata dalla stessa Greenpeace, insomma, non basta più:
«L'ultima cosa di cui abbiamo bisogno - denuncia l'organizzazione non governativa - è la costruzione di ulteriori infrastrutture per il cloud computing in luoghi dove farebbero crescere la domanda di energia sporca. Invitiamo le Internet company a scegliere più accuratamente dove costruire e a fare pressione sui governi per l'adozione di energia pulita».


















