Ecologia
Uno studio inglese avverte: l'acqua va gestita meglio
Dall'efficienza dell'irrigazione ai consumi idrici nelle regioni più povere del mondo, bisogna ripensare il concetto di "water footprint"
27 Aprile 2010
Uno studio inglese della Royal Academy of Engineering (Global water security) riporta l'attenzione delle politiche ambientali sulla gestione delle risorse idriche. Il concetto di “water footprint” sta affiancando quello più noto di “carbon footprint”: si tratta in entrambi i casi dell'impronta lasciata sull'ambiente dalle attività umane, misurata secondo il consumo dell'acqua o l'emissione di Co2. Proprio l'utilizzo dell'acqua nell'agricoltura, nelle lavorazioni industriali e nella produzione del cibo è un fattore troppo spesso sottovalutato; difatti alcuni studiosi vorrebbero introdurre un'etichetta su tutte le confezioni che indichi l'effettivo consumo del prezioso liquido. Quanta acqua serve per produrre una scatola di sugo, un pacchetto di caramelle o un barattolo di caffè?
La ricerca britannica avverte che molti Paesi emergenti sfruttano vaste risorse idriche per alimenti e bevande destinati ai mercati occidentali. Perciò bisognerebbe ripensare l'intera gestione dell'acqua: è giusto, per esempio, importare fagiolini coltivati in Kenya dove molte zone soffrono la siccità? Per gli studiosi bisogna quindi intervenire su più fronti: gestire il sistema idrico considerando l'intero ciclo dell'acqua (“dalle nuvole alle coste” come affermano gli autori della ricerca), introducendo regole internazionali. Occorre soprattutto migliorare l'efficienza dell'irrigazione per l'agricoltura, che ora assorbe il 70% dei consumi idrici a livello mondiale; perplessità, invece, sugli impianti per desalinizzare l'acqua marina, perché consumano moltissima energia.