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L'Italia dovrà costruire 50 nuovi termovalorizzatori
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L'Italia dovrà costruire 50 nuovi termovalorizzatori
Il recupero energetico dei rifiuti, segnala un report del Politecnico di Milano, è diffuso soltanto nel Nord del paese
23 Aprile 2010
Con buona pace degli ambientalisti, dei comitati di base e dei nemici acerrimi dei termovalorizzatori, i rifiuti solidi urbani sono destinati a diventare una voce sempre più importante della produzione elettrica italiana. È quanto evidenzia il Biomass Energy report del Politecnico di Milano, che ha fatto il punto sullo stato di sviluppo del settore. In Italia sinora il recupero energetico dei rifiuti è stato frenato, oltre che dall'opposizione delle comunità locali, anche da carenze normative: la legge italiana non prevede infatti alcun obbligo particolare a proposito, né stabilisce una precedenza nei confronti dello smaltimento in discarica, al contrario di quanto stabilito in sede europea.

Più indietro dell'Ue
Il decreto legislativo di riferimento (numero 133 dell'11 maggio 2005) si limita infatti a regolamentare gli impianti, stabilendo le misure necessarie a prevenire l'inquinamento. Anche per questo motivo l'Italia, nonostante sia il terzo paese europeo per tonnellaggio incenerito, avvia al recupero energetico soltanto il 14% dei suoi rifiuti (circa 4,6 milioni di tonnellate), ne ricicla non più del 10%, mentre il 53% è ancora smaltito nelle discariche. L'Italia riesce così a produrre energia per circa 900.000 tep, in grande maggioranza elettricità (1556 Gwh). Diversa la situazione nell'Unione Europea, dove il volume di rifiuti solidi urbani avviati a recupero energetico è di 53 milioni di tonnellate, pari al 22% dell'ammontare complessivo. Questo ha permesso di produrre energia per 6 milioni di tep, di cui 14.000 Gwh di sola elettricità. In realtà il recupero energetico dei rifiuti è praticamente assente nei paesi dell'Est, mentre rappresenta oltre il 30% del totale in paesi come Germania, Olanda, Austria, Svezia e Belgio.

Attivo solo il Nord
Tornando nella Penisola, lo studio del Politecnico evidenzia come in Italia (dati 2009) siano presenti attualmente 53 impianti per il recupero energetico dei rifiuti, per una potenza elettrica di 730 Mw, capaci di trattare 6,8 milioni di tonnellate di rifiuti l'anno e un volume d'affari complessivo pari a 1 miliardo di euro. La capacità media delle centrali, dunque, è in media abbastanza modesta (11 Mw), considerato anche che i primi 3 impianti per dimensione (che raccolgono il 28% della capacità nazionale) sono tutti situati in Lombardia. Questa regione, inoltre, si distingue per avviare al recupero energetico ben il 47,1% dei suoi rifiuti, equivalenti a quasi la metà del totale nazionale. In media nelle regioni del Nord Italia finiscono nei termovalorizzatori il 31,7% dei rifiuti, contro il 19,1% del Centro e appena l'1% delle regioni meridionali.

Nuovi inceneritori nel Centrosud
Come accennato, nella maggior parte dei casi gli impianti italiani privilegiano la produzione di energia elettrica, soprattutto perché a essa è associato un remunerativo sistema di incentivazione. Negli ultimi anni la crescita del numero di termovalorizzatori è comunque sostanzialmente rallentata, ma secondo il report del Politecnico esistono numerosi fattori che fanno ipotizzare un ripresa delle installazioni nei prossimi anni. Innanzitutto l'elevato impatto sull'opinione pubblica delle emergenze rifiuti, in primis quella campana. In secondo luogo la redditività garantita da un generoso sistema di incentivazione. Infine occorre considerare la stretta normativa, soprattutto a livello europeo, sulla quota di rifiuti da destinare allo smaltimento. Per riallinearsi alla media continentale - ipotizzando per il 2020 una quantità di rifiuti prodotta dall'Italia pari a 40 milioni di tonnellate - il nostro paese dovrebbe destinare il 40% dei suoi scarti al recupero energetico (pari a 9,2 Twh annui). Questo obiettivo comporterebbe una costruzione di capacità aggiuntiva per 11,5 milioni di tonnellate annue, che richiederebbe un investimento di 7 miliardi di euro e circa 50 nuovi impianti, che dovrebbero essere però realizzati soprattutto nelle regioni che si sono dimostrate sinora più renitenti (Toscana, Campania, Lazio, Puglia e Sicilia).
 
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