
Secondo uno studio dell'Ufficio federale tedesco per la protezione dalle radiazioni segnalato da Legambiente, chi vive vicino alle centrali nucleari presenta un rischio maggiore di contrarre malattie gravi. Per i bambini che vivono entro 5 chilometri da una centrale nucleare, la possibilità di contrarre la leucemia aumenterebbe rispetto ai coetanei che vivono a una distanza di oltre 50 chilometri. Inoltre, insiste l'associazione ambientalista, la tecnologia Epr (European Pressurized water Reactor - Reattore europeo ad acqua pressurizzata), presenta ancora dei problemi irrisolti in termini di affidabilità. In particolare, a novembre 2009, le Autorità per la sicurezza nucleare francese, finlandese e britannica hanno evidenziato delle gravi lacune nel sistema di sicurezza dell'Epr e ordinato alla società costruttrice di modificare pesantemente il progetto. «L'Italia sta promuovendo una tecnologia insicura, inquinante e vecchia - ha concluso Ciafani -. A maggior ragione se nel 2030 saranno disponibili sul mercato i reattori di quarta generazione, in fase di studio a livello internazionale».
Oltre al fattore sicurezza, Legambiente contesta anche gli altri aspetti che hanno spinto il Governo a puntare sul nucleare, primo fra tutti il fabbisogno elettrico: «L'Italia ha una potenza elettrica installata di ormai quasi 100.000 Mw, mentre il picco di consumi oggi non supera i 55.000 Mw. Non abbiamo dunque bisogno di nuova energia ma di energia rinnovabile in sostituzione di quella fossile». Inoltre secondo gli ecologisti il ritorno all'atomo non ridurrebbe la dipendenza energetica dell'Italia dall'estero, perché dovremmo ricorrere all'uranio e, secondo il recente accordo sottoscritto con la Francia, importeremmo tecnologia e brevetti esteri, per tutto il ciclo di vita fino alla messa in sicurezza delle scorie. Legambiente contesta anche il “rinascimento” nucleare nel mondo: « I paesi che lo hanno scelto negli anni sessanta e settanta del secolo scorso sono stati costretti a prolungare l'attività delle loro centrali per evitare gli ingenti costi di smantellamento degli impianti a fine vita, come in Germania, o a progettarne di nuovi, per evitare la crisi di un costosissimo comparto industriale, come in Francia».


















