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Non tornano i conti per il decreto legge sulle quote di Co2
Inquinamento
Non tornano i conti per il decreto legge sulle quote di Co2
Legambiente segnala le perplessità della Ragioneria dello Stato in merito alla copertura finanziaria
13 Maggio 2010
Sulle quote di Co2 gratis per i nuovi impianti industriali, torna il dubbio che ha subito accompagnato il decreto legge approvato nei giorni scorsi dal Consiglio dei Ministri: chi paga? Secondo una nota di Legambiente, ci sarebbero delle perplessità sulla copertura finanziaria del provvedimento, tanto che la Ragioneria dello Stato avrebbe rinviato la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale. Sarebbero 250 milioni di euro da sborsare per consentire alle industrie più inquinanti di scavalcare il limite nazionale di quote di Co2.

Le mosse del Governo
Il Governo, lo ricordiamo, ha dovuto aggirare questo tetto massimo, definito dal Piano nazionale 2008-2012 e prima concordato con l'Unione europea. Tutti i diritti d'emissione erano già esauriti, compresi quelli di riserva pari a quasi 22 milioni di tonnellate di Co2, lasciando a bocca asciutta le industrie e le centrali energetiche entrate in funzione dopo aprile 2009. Questi diritti sono indispensabili per l'attività degli impianti, come stabilito dalla direttiva europea Ets (Emission trading scheme). Difatti le imprese più inquinanti come acciaierie, cartiere, centrali elettriche, impianti siderurgici, possono emettere soltanto la Co2 prevista dai vari piani nazionali per ciascun settore industriale; se l'impresa sfora la quota assegnata, deve acquistare sul mercato i diritti d'emissione in surplus, venduti anche dalle industrie più virtuose.

500 imprese in cerca di quote
Oltre 500 imprese italiane (i cosiddetti “impianti nuovi entranti”) erano rimaste senza quote perché il bacino negoziato dal nostro Paese con Bruxelles era ormai prosciugato. Così il Governo ha deciso di assegnare gratuitamente i diritti d'emissione mancanti, pensando di ripagarli con le aste di quote che partiranno nel 2013 stando al nuovo schema Ets. Proprio qui sta il cortocircuito segnalato da Legambiente, perché la copertura finanziaria dipende da future aste i cui proventi sono incerti. Si tratta insomma di un vero pasticcio come scrive l'associazione ambientalista, oltre che un bel regalo alle industrie più inquinanti e un netto contrasto con la politica europea. I fondi delle aste dovrebbero invece servire a misure di efficienza energetica per ridurre le emissioni. Inoltre, sarebbe un finanziamento pubblico diretto alle imprese, violando la direttiva europea sulla concorrenza e gli aiuti di Stato. «Dunque, anche se dovesse superare l'impasse di bilancio, ci sono tutte le premesse perché il provvedimento venga impugnato dalla Commissione europea», afferma il comunicato di Legambiente.

Chi più inquina più paga?
Il problema, conclude l'associazione ambientalista, è che in Italia hanno iniziato a funzionare nel 2009 degli impianti che inquinano moltissimo, come la centrale a carbone di Civitavecchia (oltre dieci milioni di tonnellate annue di Co2). Il principio dovrebbe essere, invece, chi più inquina più paga; tanto più che le imprese italiane, come sta emergendo dai conti 2009, hanno inquinato meno del previsto a causa della crisi economica e potrebbero vendere diritti di emissione per circa 250 milioni di euro. Si potrebbe chiudere il cerchio, a patto di far pagare le industrie meno virtuose al posto dello Stato (e quindi dei contribuenti).
 
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