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Rinnovabili, per le filiere italiane è ora di cambiare marcia
Analisi
Rinnovabili, per le filiere italiane è ora di cambiare marcia
Molte le incertezze che pesano sulle nostre aziende secondo il Politecnico di Milano: dalla frammentazione del mercato ai dubbi sugli incentivi
28 Maggio 2010
La filiera industriale delle rinnovabili che possiede il numero più elevato d’imprese italiane è quella delle biomasse: l’87% delle 350 aziende operanti sul territorio nazionale. L’eolico è invece il settore che dipende maggiormente dall’estero, con il 60% di compagnie straniere su 82 totali. Va un po’ meglio il fotovoltaico, dov’è italiana poco più della metà delle 700 aziende esistenti; biogas, rifiuti e idroelettrico contano quote tra il 75 e l’84% di società del nostro Paese. Il mercato delle rinnovabili in Italia ha raggiunto così i dieci miliardi di euro nel 2009, con circa 30mila addetti, secondo l’analisi di Energy & Strategy Group (Politecnico di Milano), commentata in un recente convegno presso la Camera di commercio. Quali sono le prospettive dei prossimi anni e le criticità per le nostre imprese?

Gli affari delle fonti alternative
Per Vittorio Chiesa, direttore di Energy & Strategy Group, il fotovoltaico è la tecnologia destinata alla crescita più consistente, passando da una potenza complessivamente installata di 1,2 Gw all’inizio del 2010 a 9,5 stando al Position Paper italiano per il 2020. Il potenziale sarebbe addirittura di 15-16 Gw per quella stessa data. Il business del fotovoltaico nel 2009 è secondo solo all’eolico con 2,3 miliardi di euro. L’energia del vento, infatti, ha generato i maggiori ricavi tra tutte le fonti alternative: 4,5 miliardi lo scorso anno (erano 3,2 nel 2008) con 4,8 Gw di capacità disponibile, un traguardo pari a 12 Gw nel 2020 e un potenziale che potrebbe eguagliare il fotovoltaico. Considerando, invece, biomasse, biogas e rifiuti, le oltre mille imprese italiane e straniere attive in questi tre settori hanno sviluppato un volume d’affari di quasi due miliardi e mezzo di euro nel 2009, garantendo una potenza elettrica di 1,7 Gw con un obiettivo di 2,4 tra dieci anni, mentre il potenziale supera i sette Gw. L’idroelettrico è una fonte già ampiamente sfruttata, che ha portato 600 milioni di euro nelle casse di 130 aziende lo scorso anno e difficilmente potrà crescere dai 16 ai 20 Gw previsti entro il 2020.

I punti critici del mercato
Sulla crescita delle rinnovabili in Italia, come evidenzia il Politecnico, inciderà in buona parte la politica degli incentivi. Per quanto riguarda il fotovoltaico, il nuovo Conto energia garantirà una remunerazione agli impianti solari tra le più elevate d’Europa (pur con un taglio del 15%). Tra i punti critici illustrati da Chiesa, c’è la mancanza di regole valide a livello nazionale per le autorizzazioni, oltre alla necessità di assicurare un tetto di potenza incentivabile abbastanza elevato da attirare gli investimenti. La filiera italiana del solare, inoltre, è molto frammentata: ricerca tecnologica, efficienza dei pannelli e diminuzione dei costi sono tutte carte che si possono spendere soltanto unendo le forze tra produttori. Le incertezze dell’eolico colpiscono soprattutto la capacità di gestire l’energia generata dalle turbine con le reti elettriche esistenti; un problema che diventerà ancora più urgente con la diffusione dei parchi offshore.

Incertezze sugli incentivi
L’Italia è al quinto posto in Europa per energia prodotta dalle biomasse; addirittura in vetta alla classifica a livello residenziale con un milione di stufe a pellet installate (in Svezia sono 140mila), mentre gli impianti di teleriscaldamento sono 200, di cui una dozzina inaugurati nel 2009. Qui pesa l’assenza d’incentivi più l’obbligo di costruire le centrali il più vicino possibile ai centri urbani e, contemporaneamente, ai luoghi dov’è disponibile la materia prima. Le centrali termoelettriche alimentate dalle biomasse, infine, sono rimaste pressoché stabili negli ultimi cinque anni, con una capacità complessiva di circa 500 Mw elettrici. Il principale punto interrogativo pende sul valore futuro dei certificati verdi, quando si riaprirà il loro mercato nel 2011; stessa incertezza per il biogas, dove per gli impianti con una potenza superiore a un Mw è previsto l’incentivo dei certificati verdi e non della tariffa omnicomprensiva.

Tra le altre lacune da colmare, il Politecnico segnala soprattutto gli anelli della cosiddetta “filiera corta”: servono accordi tra consorzi, allevatori e agricoltori per garantire un approvvigionamento stabile delle centrali a biomasse. Per quanto riguarda, infine, l’energia prodotta dai rifiuti urbani, l’Italia conta una cinquantina d’inceneritori con una potenza installata pari a 730 Mw. Anche qui c’è un bel punto interrogativo sugli incentivi, perché il 90% dell’energia prodotta da questi impianti nel 2008 ha beneficiato ancora del vecchio Cip6. Senza contare i ritardi del nostro Paese nella gestione dei rifiuti, con una media nazionale di raccolta differenziata inferiore al 30% e nessun obbligo normativo sul recupero di energia dalla spazzatura, oggi fermo al 14% di quella prodotta contro una media europea del 22 per cento.
 
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