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Ancora poca efficienza nella filiera agroalimentare
Risparmio
Ancora poca efficienza nella filiera agroalimentare
Dal 1995 ad oggi il consumo energetico del comparto è cresciuto del 35%
14 Giugno 2010
Quando si parla di intensità energetica e di attività energivore è facile pensare all'industria pesante, alle lavorazioni tessili o a comunque ad attività decisamente “fordiste” e old economy. È poco noto, invece, come il consumo energetico stia assumendo un ruolo sempre più decisivo anche nella filiera dell'agroalimentare, un comparto attualmente responsabile del 50% della Co2 emessa a livello mondiale, tenendo conto dell'inquinamento generato da packaging, logistica, ecc. È quanto emerso dal convegno “Il risparmio energetico nella filiera agroalimentare: dalla produzione agricola alla Grande Distribuzione Organizzata”, organizzato dal Network per lo sviluppo sostenibile della Camera di commercio di Milano. In Italia, in particolare, dal 1995 ad oggi il consumo energetico della filiera agroalimentare è cresciuto del 35% , a fronte di un incremento della produzione compreso tra l'11 e il 13%. Si tratta di un aumento secondo soltanto a quello dell'industria dei materiali (+41%) e superiore persino a quello dei comparti meccanico e chimico.

L'efficienza energetica, insomma, non ha regnato nell'ultimo quindicennio tra le aziende del settore; questo perché, come ha spiegato Riccardo Guidetti del Dipartimento di Ingegneria agraria dell'Università degli Studi di Milano, «In molte realtà i motori elettrici installati sono vecchi o comunque sottoutilizzati e dunque consumano di più. Spesso nei capannoni sono ancora presenti le vecchie lampade a incandescenza, che potrebbero essere sostituite da soluzioni a fluorescenza più adeguate. Altre volte sarebbe possibile implementare efficaci soluzioni di recupero termico o avviare un'autoproduzione con le energie alternative. Il vero problema è che molto spesso le aziende si limitano a pagare la bolletta e non hanno idea da che cosa dipendono effettivamente i propri consumi energetici».

Per avere una mappatura del proprio fabbisogno sarebbe d'obbligo effettuare un auditing energetico, così da sapere quanto ogni singolo frigorifero o impianto effettivamente consumi e, nel caso, intervenire per rimediare agli sprechi. Il traguardo ideale di questi studi interni, soprattutto per le imprese produttrici del mondo agricolo, è conoscere l'effettivo rapporto tra kwh consumati (o Co2 generata) e tonnellate di prodotto finito, così da poterlo comunicare al mondo esterno e magari ottenere adeguate certificazioni ambientali. Più difficile invece che questo tipo di informazioni arrivino al cliente finale della filiera agroalimentare: nel conto sarebbe necessario prendere in esame non soltanto i consumi e l'inquinamento derivanti dalla produzione, ma anche tutti i diversi passaggi della catena, quali produzione, trasporto, conservazione in celle frigorifere, ecc.

Anche la fase finale della filiera, ovvero la Grande distribuzione organizzata, può dare il suo contributo a un maggiore risparmio energetico: secondo uno studio Marks&Spencer citato da Roberto Zoboli, professore dell'Università Cattolica del Sacro Cuore, un'accorta politica di green building (autoproduzione elettrica, scelta materiali ecocompatibili, ecc.) può ridurre del 25% i consumi energetici dei centri commerciali e del 50% quelle di Co2. Un impegno in tal senso è stato preso dalla “Retail declaration on energy efficiency and renewable energy “ del maggio 2008, con la quale i principali nomi della Gdo europea (Carrefour, Ikea, El Corte Inglés, ecc.) si sono impegnati a ridurre del 20% i propri consumi energetici per metro quadro di superficie e a garantire il 20% del proprio fabbisogno energetico con le fonti rinnovabili (entro il 2020).
 
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