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In attesa del 2013 è stallo per il mercato della Co2
Emission trading
In attesa del 2013 è stallo per il mercato della Co2
I prezzi dei permessi sono rimasti sostanzialmente fermi nell'ultimo anno. Le imprese attendono i decreti attuativi della nuova direttiva Ets
21 Giugno 2010
La riduzione delle emissioni inquinanti non è un tema che appassiona soltanto ecologisti e anime belle ma, piuttosto, un argomento di portata sempre più decisiva per il mondo economico. Una conferma è arrivata dal seminario “La riduzione delle emissioni di gas serra”, organizzato da Assolombarda. Come noto, l'Unione europea è capofila della battaglia contro il global warming: la misura concreta più recente (dicembre 2008) è il cosiddetto pacchetto clima, che prevede entro il 2020 la riduzione della Co2 del 20% rispetto ai livelli del 1990. Già da prima però, e più precisamente dal gennaio 2005, il sistema industriale italiano ha dovuto fare i conti con gli impegni presi dal nostro paese in sede comunitaria per il recepimento della direttiva Ets (Emission trading scheme). In estrema sintesi, tutti gli impianti (vecchi e nuovi) oltre i 20 Mw termici (a parte una serie di eccezioni) non possono emettere Co2 e dunque funzionare in assenza di un'apposita autorizzazione. Ogni stabilimento, inoltre, ha diritto a inquinare soltanto sotto una certa soglia: in particolare il 28 febbraio di ogni anno il ministero dell'Ambiente trasferisce i permessi di emissione di Co2 sul conto registro relativo a ciascun impianto. Il 30 aprile dell'anno successivo le imprese devono essere in possesso di un ammontare di permessi equivalenti alle emissioni verificate. Questi titoli possono essere scambiati e venduti tra le imprese e questo meccanismo dà luogo a quel mercato di crescente importanza che è appunto l'emission trading.

Attualmente il mercato della Co2, ha spiegato Guido Busato di Ecoway, si trova in una fase interlocutoria, in mancanza di certezze sul post 2012: l'Ets del 2003 ha sinora regolato questo ambito ma il pacchetto clima ha previsto l'entrata in funzione di una nuova direttiva a partire dal 2013, di cui proprio in questi mesi si stanno decidendo le importantissime misure attuative. «L'attuale direttiva prevede piani nazionali delle quote di Co2 - ha aggiunto Annalisa Oddone di Confindustria - che hanno comportato allocazioni non omogenee tra i diversi stati membri, con una distorsione delle dinamiche concorrenziali in diversi settori. Il sistema in generale si è rivelato particolarmente oneroso per l'industria italiana. La nuova direttiva che entrerà in vigore nel 2013, invece, prevede la fine dei piani d'allocazione nazionali: i tetti saranno insomma gli stessi per gli stati membri e questo è molto importante. Tra le criticità del nuovo provvedimento vi è però la fine del sistema di allocazione gratuita delle quote, che saranno attribuite a costo zero soltanto a quei settori sottoposti al rischio di carbon leakage. Per gli altri comparti si ricorrerà a un sistema basato sulle aste».

Per questi motivi nell'ultimo anno il valore dell'Eua (European unit allowance) è rimasto in un range di prezzo compreso tra i 13 e i 16 euro per tonnellata emessa, ma le aspettative delle maggiori società di analisi per il 2020 sono di un prezzo in salita, compreso tra i 25 e i 30 euro. Ma da che cosa è determinato il prezzo della Co2 o, meglio, il prezzo dei permessi a inquinare? Secondo l'analisi di Busato il primo fattore da tenere in considerazione è ovviamente l'assegnazione di tetti più o meno rigidi a stati e aziende: «Con limiti più restrittivi il prezzo della Co2 tende a salire: le aziende devono impegnarsi di più per ridurre le emissioni e hanno necessità di presentarsi sul mercato per acquistare più permessi a inquinare. Questo fa sì che, per una semplice legge di equilibrio tra domanda e offerta, il prezzo dei permessi tenda a salire. Anche l'andamento del Pil ha una forte influenza: un'economia in crescita comporta un sistema industriale più attivo e, inevitabilmente, più inquinamento».

Impatti considerevoli derivano anche dallo sviluppo di progetti ambientali da parte delle imprese nei paesi in via di sviluppo: un maggiore sviluppo dei Cdm (Clean development mechanism) determina infatti una minore caccia ai permessi sul mercato e, dunque, può contribuire al calo dei prezzi della Co2. Persino il fattore climatico può avere un ruolo importante: inverni eccessivamente rigidi ed estati troppo torride spingono su i consumi elettrici, generando più Co2 che deve essere compensata sul mercato delle emissioni. Legato a doppio filo all'andamento del prezzo della Co2 è il comportamento delle utility, che sono tra i principali operatori dell'emission trading: in presenza di costi bassi dei permessi, le imprese energetiche tendono a utilizzare una fonte fossile inquinante come il carbone per la loro produzione elettrica, mentre con prezzi elevati sono indirizzate a impiegare una risorsa meno inquinante come il gas naturale.
 
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