
Attualmente il mercato della Co2, ha spiegato Guido Busato di Ecoway, si trova in una fase interlocutoria, in mancanza di certezze sul post 2012: l'Ets del 2003 ha sinora regolato questo ambito ma il pacchetto clima ha previsto l'entrata in funzione di una nuova direttiva a partire dal 2013, di cui proprio in questi mesi si stanno decidendo le importantissime misure attuative. «L'attuale direttiva prevede piani nazionali delle quote di Co2 - ha aggiunto Annalisa Oddone di Confindustria - che hanno comportato allocazioni non omogenee tra i diversi stati membri, con una distorsione delle dinamiche concorrenziali in diversi settori. Il sistema in generale si è rivelato particolarmente oneroso per l'industria italiana. La nuova direttiva che entrerà in vigore nel 2013, invece, prevede la fine dei piani d'allocazione nazionali: i tetti saranno insomma gli stessi per gli stati membri e questo è molto importante. Tra le criticità del nuovo provvedimento vi è però la fine del sistema di allocazione gratuita delle quote, che saranno attribuite a costo zero soltanto a quei settori sottoposti al rischio di carbon leakage. Per gli altri comparti si ricorrerà a un sistema basato sulle aste».
Per questi motivi nell'ultimo anno il valore dell'Eua (European unit allowance) è rimasto in un range di prezzo compreso tra i 13 e i 16 euro per tonnellata emessa, ma le aspettative delle maggiori società di analisi per il 2020 sono di un prezzo in salita, compreso tra i 25 e i 30 euro. Ma da che cosa è determinato il prezzo della Co2 o, meglio, il prezzo dei permessi a inquinare? Secondo l'analisi di Busato il primo fattore da tenere in considerazione è ovviamente l'assegnazione di tetti più o meno rigidi a stati e aziende: «Con limiti più restrittivi il prezzo della Co2 tende a salire: le aziende devono impegnarsi di più per ridurre le emissioni e hanno necessità di presentarsi sul mercato per acquistare più permessi a inquinare. Questo fa sì che, per una semplice legge di equilibrio tra domanda e offerta, il prezzo dei permessi tenda a salire. Anche l'andamento del Pil ha una forte influenza: un'economia in crescita comporta un sistema industriale più attivo e, inevitabilmente, più inquinamento».
Impatti considerevoli derivano anche dallo sviluppo di progetti ambientali da parte delle imprese nei paesi in via di sviluppo: un maggiore sviluppo dei Cdm (Clean development mechanism) determina infatti una minore caccia ai permessi sul mercato e, dunque, può contribuire al calo dei prezzi della Co2. Persino il fattore climatico può avere un ruolo importante: inverni eccessivamente rigidi ed estati troppo torride spingono su i consumi elettrici, generando più Co2 che deve essere compensata sul mercato delle emissioni. Legato a doppio filo all'andamento del prezzo della Co2 è il comportamento delle utility, che sono tra i principali operatori dell'emission trading: in presenza di costi bassi dei permessi, le imprese energetiche tendono a utilizzare una fonte fossile inquinante come il carbone per la loro produzione elettrica, mentre con prezzi elevati sono indirizzate a impiegare una risorsa meno inquinante come il gas naturale.


















