
I risultati di un sondaggio Eurobarometro condotto lo scorso ottobre confermano questa percezione: il 51% dei cittadini europei è contrario a questa fonte energetica e soltanto il 35% è favorevole. Questa opposizione non ha però impedito a 16 Paesi europei di dotarsi di 149 reattori, che oggi garantiscono il 30% del fabbisogno elettrico del Vecchio Continente. In Italia (appena 27% di favorevoli secondo Eurobarometro), dopo l'addio all'atomo deciso in seguito al referendum del 1987, a partire dal 2008 il Governo Berlusconi ha deciso di puntare nuovamente su questa fonte di produzione energetica, ma la scelta non è stata da tutti condivisa. Le associazioni ambientaliste sono immediatamente scese sul piede di guerra e anche l'opposizione politica ha rapidamente imboccato la strada del no. La chiave per convincere la pubblica opinione nazionale, ampliamente utilizzata nella fase iniziale dall'ex ministro dello Sviluppo economico Claudio Scajola, è stata quella della formula del 25-25-50, ovvero di un fabbisogno elettrico nazionale garantito per un 25% dalle rinnovabili, un altro 25% dall'atomo e il restante 50% dalle fonti tradizionali.
Ma successivamente poco è stato fatto da un punto di vista comunicativo e di dibattito pubblico per spiegare le ragioni di una scelta così importante. Così ancora pochi sanno che i costi di generazione del nucleare sono del 20% inferiori rispetto ai cicli combinati a gas e che un impianto emette appena 15 kg di Co2 per ogni Mwh prodotto, contro i 360 kg dei cicli combinati (fonte Enel-Edf). Inoltre il 70% degli europei (e più di 3/4 degli italiani), sempre secondo il sondaggio Eurobarometro, ammette di essere poco informato sulla sicurezza del nucleare. «Colpa anche dei media - denuncia Risoluti - Ad esempio per anni è circolata sulla stampa la leggenda di un cargo di scorie affondato al largo delle coste calabresi. Quando si è poi scoperto che si trattava di un cargo mercantile tedesco del 1918 nessun giornale ha pubblicato una riga».
«L'accettabilità sociale - ha commentato Rosa Filippini, presidente di Amici della Terra - non è soltanto informazione ma anche fiducia, che è un elemento che si conquista ogni giorno con la credibilità, la trasparenza e la coerenza. L'Italia non ha sicuramente conquistato la fiducia dell'opinione pubblica con il suo programma di ritorno al nucleare: le scadenze stabilite dalle leggi governative non sono state rispettate, in particolare non è mai stata approvata la strategia energetica nazionale. Credo inoltre che prima di varare una svolta così importante il Governo avrebbe dovuto promuovere un dibattito pubblico credibile, in cui fossero illustrate e prese in considerazione tutte le possibilità».
Una linea simile è prevista in Francia, paese capofila dell'energia atomica, dove ogni progetto di nuovi impianti è preceduto da un dibattito pubblico: la costruzione della centrale di Flamanville è stata anticipata da 21 incontri in 15 mesi su tutto il territorio transalpino, costati a Edf circa 2,5 milioni di euro. Poco dibattito ha invece accompagnato l'approvazione delle leggi quadro italiane sul nucleare, che hanno stabilito il principio della prevalenza del Governo sulle regioni per quanto riguarda la localizzazione dei siti, scatenando un conflitto di attribuzione presso la Corte Costituzionale. La politica dell'Esecutivo è stata però sostanzialmente difesa dal senatore Pdl Guido Possa, presidente della Commissione istruzione e ricerca scientifica: «In Italia non esiste una politica bipartisan sull'energia atomica. Resto però convinto che non si può vivere sui sondaggi, soprattutto su questioni così tecniche, per le quali le informazioni sono difficili da trasmettere. D'altronde una democrazia prevede l'esercizio del potere in termini di rappresentanza».


















