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L'industria italiana deve qualificarsi per giocare la partita del nucleare
Convegni
L'industria italiana deve qualificarsi per giocare la partita del nucleare
La fornitura di componenti legati alla produzione di energia atomica impone l'ottenimento di certificazioni internazionali
05 Luglio 2010
Ormai da mesi la piattaforma Deepwater Horizon continua a versare nelle acque del Golfo del Messico centinaia di migliaia di barili di petrolio al giorno. La Bp è finita inevitabilmente sul banco degli imputatati per il disastro ambientale, ma in questa occasione pochi si sono chiesti quale possa essere stata la parte di responsabilità delle imprese che hanno fornito alla compagnia britannica tecnologie, componenti e sistemi di sicurezza che non hanno funzionato a dovere. Sicuramente, nel caso di quella che si avvia ad essere la più grande catastrofe ambientale della storia, non è stata seguita una seria e rigorosa politica di qualificazione delle aziende fornitrici. Eppure nella produzione di energia elettrica occorrerebbe avere la massima attenzione ai criteri di sicurezza di costruzione e gestione degli impianti; questo assunto è ancora più vero nel caso della generazione di energia nucleare, che comporta un processo estremamente delicato come la fissione a catena. Di questo tema si è parlato in occasione del convegno “Nucleare, qualifica delle imprese”, organizzato da Energy Lab ed Enea.

L'argomento coinvolge in maniera particolare l'Italia, interessata dal programma governativo di ritorno all'energia atomica. Nonostante il bando ventennale deciso in seguito al referendum del 1987, proprio un'azienda nazionale, la lombarda Mangiarotti, è oggi l'unica società mondiale che sta producendo componenti per l'isola nucleare sia del reattore Ap 1000 dell'americana Westinghouse che per l'Epr della francese Edf ; l'anno prossimo l'azienda inaugurerà a Monfalcone il più grande impianto europeo per la produzione di componenti per il nucleare.

Ma tante altre imprese nazionali, come Ibf e Atb Riva Calzoni, si stanno affacciando al mercato della componentistica atomica, ormai ripartito da tre anni grazie alla “rinascita nucleare” in atto nel mondo, determinata dai 50 nuovi progetti avviati (Usa e Cina in testa) e dai programmi di allungamento della vita delle centrali atomiche europee già in funzione. «Abbiamo scelto di reintrodurre in Italia l'energia nucleare per quattro motivi fondamentali - ha dichiarato il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia -: per ottenere maggiore sicurezza degli approvvigionamenti, sostenibilità ambientale e competitività  (per via dell'eccessivo costo dell'elettricità) ma anche per avviare la rinascita di una filiera industriale legata al nucleare. Abbiamo un disperato bisogno di dare nuove opportunità al nostro settore manifatturiero, che si basa su una strategia vecchia di 40 anni».

L'obiettivo dichiarato dell'Esecutivo è che l'80% delle forniture per la costruzione e la gestione degli impianti sia garantito da imprese italiane. Ma per raggiungere questo target è indispensabile che le industrie nazionali - soprattutto quelle impegnate nella costruzione di componenti per la sicurezza degli impianti - si sottopongano a un rigoroso processo di qualificazione, senza il quale è praticamente impossibile operare in questo settore. «Esistono tre passi fondamentali per la qualifica - ha spiegato Eugenio Lumini, sales general manager di Mangiarotti -. Ottenere le certificazioni Asme e Iso 9001 rappresenta oggi una condizione necessaria ma non sufficiente. Occorre infatti anche farsi riconoscere il titolo di vendor da aziende come Areva e Westinghouse attraverso specifici audit. Spesso poi queste aziende richiedono determinate qualifiche operative, per verificare l'effettiva rispondenza del prodotto ai requisiti del singolo progetto».

E' poco noto che proprio in Italia, più specificamente presso il Centro ricerche Enea della Casaccia (Roma), è possibile eseguire contestualmente tutte le prove di qualificazione previste dalla normativa internazionale. Qui, tra l'altro, può essere testata la resistenza di prodotti e componenti anche a eventi eccezionali come i fenomeni sismici o persino la caduta di un aereo sull'impianto nucleare (molto importante dopo l'11 settembre).
Anche se l'esistenza di un unico centro di sperimentazione può garantire un risparmio, l'ottenimento della qualifica non è però a costo zero: «L'intero processo di qualifica può costare 300-400 mila euro, per una Pmi è difficile riuscire a sostenere questo costo senza aiuti esterni», ha sintetizzato Alberto Ribolla, presidente di Energy Cluster. Un'apertura in questo senso è arrivata dal sottosegretario Saglia: «Il piano elaborato dal Governo britannico prevede aiuti alle imprese che vogliono ottenere una qualifica in ambito  nucleare. Anche in un periodo di ristrettezza come questo, penso che anche da noi si potrebbe lavorare a una soluzione simile».
 
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