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L'Italia rischia una marea nera? Il Governo rassicura
Idrocarburi
L'Italia rischia una marea nera? Il Governo rassicura
Legambiente torna a criticare le attività petrolifere sui fondali marini, mentre il sottosegretario Saglia conferma la sicurezza delle nostre piattaforme
16 Luglio 2010
Se l'Italia avesse davvero tanti pozzi come il Texas, sarebbe un Paese molto più ricco di petrolio di quanto mostrino le nostre cifre. L'ardito paragone tra lo Stivale e lo Stato americano (Texas Italia) è il titolo del nuovo dossier di Legambiente, che dopo il rapporto Mare Monstrum torna a preoccuparsi per i mari italiani, concentrando le sue critiche sulle attività petrolifere. È un argomento molto controverso, soprattutto dopo il disastro nel Golfo del Messico che, però, alimenta un allarmismo forse ingiustificato.

Le rassicurazioni del sottosegretario Saglia
Come ha evidenziato il sottosegretario allo Sviluppo economico, Stefano Saglia, rispondendo a un'interpellanza alla Camera sulle nuove perforazioni marine, «le attività estrattive nei mari italiani si svolgono da cinquant'anni e, finora, non hanno causato alcun fenomeno d'inquinamento marino tale da rendere necessaria l'attuazione di piani d'emergenza». Senza contare che nessuna delle piattaforme italiane raggiunge la profondità toccata dalla Deepwater Horizon della Bp. Le trivelle sono invece un vero spauracchio per Legambiente, che lamenta in un recente comunicato “la folle corsa all'oro nero made in Italy”.

Rischi ambientali
Sono già 95 i permessi rilasciati per la ricerca di petrolio e altri idrocarburi in Italia, di cui 24 sui fondali marini per un'estensione pari a circa 11mila km quadrati; altre 65 richieste (41 offshore), inoltrate negli ultimi due anni, attendono il via libera. A questa “corsa” sono interessate diverse compagnie straniere, come Petroceltic e Shell. L'opposizione di Legambiente tocca molti punti. Innanzi tutto, c'è il rischio ambientale, perché molti permessi sarebbero nei pressi di zone marine protette, come le isole Tremiti e l'arcipelago toscano, oltre che lungo le coste siciliane e sarde e nell'Adriatico. Certo è che la proliferazione delle piattaforme (ora sono nove con 76 pozzi all'attivo) potrebbe disturbare la flora e la fauna marina e le attività tradizionali come il turismo e la pesca.

Meglio investire altrove?
Il punto fondamentale, secondo l'associazione ambientalista, è che il rischio non vale la candela. Nel 2009, i pozzi italiani (marini e sulla terraferma), hanno estratto complessivamente 4,5 milioni di tonnellate di petrolio, circa il 6% dei consumi nazionali. Secondo le stime, ci sarebbero 129 milioni di tonnellate ancora da sfruttare, che garantirebbero una piena indipendenza energetica al nostro Paese, se fossero tutte immediatamente disponibili, di appena venti mesi. Sarebbe quindi un fuoco di paglia, mentre si dovrebbe investire maggiormente sulle fonti rinnovabili. Queste ultime, infatti, potrebbero creare fino a 200mila nuovi posti di lavoro entro il 2020 secondo Legambiente. L'associazione, infine, giudica inefficaci le misure recentemente approvate dal Consiglio dei Ministri per tutelare il mare italiano: stop alle attività petrolifere nella fascia di cinque miglia da tutte le coste e di 12 miglia intorno alle zone protette. Per tutte le altre aree, servirà una Valutazione d'impatto ambientale (senza tuttavia coinvolgere le autorità locali, evidenzia Legambiente).
 
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