«L'Unione europea dovrebbe aumentare il suo obiettivo sul taglio delle emissioni. Una riduzione del 30% rispetto ai livelli del 1990 entro il 2020 rappresenterebbe un vero incentivo per l'innovazione e l'azione nel contesto internazionale - scrivono i tre ministri nell'articolo segnalato dall'Agenzia Adn kronos -. Altrimenti se continuiamo a restare fissi su un taglio del 20%, è probabile che l'Europa perda la partita della competitività nel mondo a basso contenuto di carbone, rispetto a paesi come Cina, Giappone o Usa, i quali stanno muovendosi verso la creazione di un ambiente più attraente per gli investimenti 'low carbon».
Se la Ue decidesse di andare avanti sulla strada della riduzione del 30% delle emissioni, «avrebbe un impatto diretto sul prezzo del carbone sino al 2020 e invierebbe anche un segnale forte del nostro impegno per politiche quadro a basso contenuto di carbone sul lungo termine». Secondo Francia, Germania e Gran Bretagna, infatti, i costi per passare da un taglio del 20% a uno del 30% sono inferiori alle aspettative(48 miliardi di euro anziché i 70 previsti) in quanto la crisi ha già ridotto 'de facto' le emissioni. «Il passaggio al 30% è ora stimato costare solo 11 miliardi di euro in più che il costo originale per il raggiungimento della riduzione del 20%», sottolineano i ministri dei tre paesi, aggiungendo che, anche a causa del disastro ambientale nel Golfo del Messico dopo l'esplosione della piattaforma della Bp, il prezzo del petrolio è destinato a salire ancora. Al contrario, affermano Borloo, Roettgen e Huhne, ridurre le emissioni del 30% "fornirà alle nostre industrie un vantaggio iniziale vitale" a differenza di quanto sostengono le associazioni industriali (fra cui Confindustria, sinora nettamente contraria a questa ipotesi).



















