
Iea: il Ccs è indispensabile
Lo stoccaggio geologico della CO2 emessa dalle centrali termoelettriche, in depositi sotterranei come ex giacimenti di gas, è un argomento piuttosto controverso. Le associazioni ambientaliste considerano il Ccs come un depistaggio, per mantenere in attività le centrali a carbone, pur abbassando il loro inquinamento, mentre sarebbe più utile investire nelle fonti alternative. Si tratta quindi di un compromesso per "pulire" il carbone. Tuttavia, la Blue Map dell'Agenzia internazionale dell'energia (Iea), stima che circa un quinto della riduzione della CO2 nel 2050 dovrebbe arrivare proprio dal Ccs, con almeno 3.400 impianti operativi. Ne servono almeno un centinaio già su scala industriale nel 2020.
Gli ostacoli
Ci sono però diverse barriere: il costo elevatissimo dei progetti e la difficoltà nel trovare finanziamenti, l'assenza di una strategia condivisa a livello internazionale e di uno standard tecnologico, l'incertezza sui risultati. Il nuovo gruppo d'azione comprende, oltre a Gran Bretagna e Australia, Canada, Cina, Francia, Germania, Giappone, Corea del Sud, Messico, Norvegia, Sudafrica, Emirati Arabi e Stati Uniti, insieme a vari partner industriali e associazioni internazionali. Il Ccs, secondo i Paesi promotori, contribuirà in modo rilevante a ridurre le emissioni di CO2 nei prossimi decenni. L'obiettivo è definire intanto un Piano strategico con tutte le indicazioni per superare le attuali barriere contro questa tecnologia. Gran Bretagna, Germania e Norvegia, inoltre, pubblicheranno uno studio sulle potenzialità dei bacini sottomarini nel Mare del Nord. Finora il Ccs è rimasto in una nicchia di pochi progetti dimostrativi. Sembra però l'unico modo di conciliare l'indispensabile utilizzo delle fonti fossili, soprattutto in Paesi come la Cina, e la riduzione dell'inquinamento.


















