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Rinnovabili, in Italia si investiranno 40 miliardi entro il 2020
Convegni
Rinnovabili, in Italia si investiranno 40 miliardi entro il 2020
Per raggiungere la quota del 25% auspicata dal Governo si dovranno costruire 20.000 Mw di nuovi impianti
27 Aprile 2009
Il pacchetto energia europeo è destinato a incidere profondamente sullo sviluppo delle energie rinnovabili in Italia, ma gli industriali del settore chiedono maggiore coerenza e sostegno alle istituzioni per raggiungere entro il 2020 gli obiettivi previsti. È questa la conclusione principale della tavola rotonda “L'Italia di fronte ai target europei al 2020”, organizzata da Aper (Associazione produttori energia da fonti rinnovabili).

Il target del 25%
Mai come oggi le energie alternative sono vicine a un punto di svolta: il Governo è intenzionato a modificare il mix energetico italiano, che entro il 2020 dovrebbe essere costituito al 50% da fonti convenzionali, al 25% dal nucleare e al 25% da rinnovabili. «Considerato che attualmente la quota delle energie rinnovabili nel nostro paese è del 16%, - ha dichiarato Roberto Longo, presidente di Aper - per raggiungere quota 25% di alternative occorrerà installare nei prossimi 11 anni oltre 20.000 Mw di nuovi impianti, capaci di produrre 40 Twh, per un investimento complessivo che supererà i 40 miliardi di euro». «Come industriali - ha aggiunto Longo - siamo pronti a mettere insieme tra capitale e debito questi 40 miliardi, a condizione però che le leggi siano valide su tutto il territorio nazionale e garantiscano nel tempo il quadro normativo ed economico di riferimento, con criteri di evoluzione trasparenti e prevedibili». L'Aper auspica anche che nel prossimo decennio si riesca a far rinascere una filiera industriale italiana delle rinnovabili: attualmente in Italia gli addetti nella costruzione delle tecnologie sono solo poche migliaia, contro i circa 280.000 della Germania. «Sarebbe importante - ha commentato il presidente di Aper - che la maggior parte di questi 40 miliardi di euro di investimenti rimanga nel nostro paese».

Le vere ragioni alla base del pacchetto energia
Gli obiettivi energetici del Governo italiano sono ulteriormente rafforzati dalle decisioni adottate a livello europeo. Carlo Corazza, direttore della rappresentanza milanese della Commissione europea, ha spiegato nel corso della tavola rotonda quali istanze siano alla base dell'adozione del pacchetto energia. «La principale ragione alla base del pacchetto 20-20-20 è la crescente forza dell'industria delle rinnovabili tedesca e scandinava, che ha trovato una sponda politica nel cancelliere Angela Merkel. La seconda motivazione è legata a ragioni di politica energetica: alcuni stati europei sono completamente dipendenti dalle importazioni di gas naturale russo, e Putin utilizza sempre di più l'energia come arma di pressione politica. L'Europa, in pratica, si trova in una condizione non sostenibile di sovranità energetica limitata, e dunque l'investimento in rinnovabili dovrebbe servire a modificare questa situazione. Le ragioni di carattere ambientale, ovvero la lotta ai cambiamenti climatici, seppure importanti, vengono solo al terzo posto».

Cosa incide sulla bolletta del piccolo imprenditore
Nonostante la spinta comunitaria, in Italia c'è ancora chi è convinto che le energie rinnovabili siano inutili e troppo costose, e che perciò un'ulteriore crescita del settore comporterebbe delle conseguenze negative sulla bolletta energetica. Per controbattere queste accuse l'Aper ha presentato uno studio (su dati dell'Autorità per l'energia) che evidenzia in quale misura le diversi voci incidano sul costo finale dell'energia elettrica. Un piccolo imprenditore italiano paga in media l'energia 192 euro al Mwh, un prezzo molto più alto della media europea (secondo una recente stima di Confartigianato circa il 42% in più). Ma il costo di produzione industriale (Atec) non incide in maniera decisiva sul prezzo finale: l'Atec conta infatti per il 27%, circa 52 euro al Mwh. 

Il peso delle alternative
Questo significa che anche se si riuscisse a risparmiare qualcosa sulla produzione di questo 27% (il Governo spera con il nucleare), rimarrebbe un altro 73% scoperto, circa 140 euro al Mwh, un costo di per sé superiore alla media degli altri paesi europei. Sulla composizione del prezzo finale dell'energia elettrica, insiste l'Aper, pesa molto la fiscalità (8% imposte e 8% di altri oneri) e la gestione dei servizi di rete (ben il 24% del prezzo finale). Una grossa fetta è imputabile ai ricarichi (9%) e ai costi di concentrazione nella fascia di picco (18%) degli operatori. La contestata quota di componente A3, istituita dallo Stato per finanziare lo sviluppo delle rinnovabili, pesa invece soltanto per il 3% sulla composizione della bolletta finale delle Pmi (a cui si aggiunge un altro 3% che sostiene le fonti assimilate, come gli impianti di cogenerazione). Per incentivare la costruzione degli impianti necessari a raggiungere entro il 2020 la fatidica quota 25%, sostiene l'Aper, l'aumento nella bolletta della componente A3 sarebbe soltanto di 1 euro al Mwh.
 
Rinnovabili
La mappa dell'eolico italiano

Il documento cartografico dell'Anev con tutti i dati sugli impianti della Penisola

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