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Tecnicamente, ciò a cui l'e8 fa riferimento si chiama Cdm (Clean development mechanism), un meccanismo di natura finanziaria che permette di guadagnare diritti di emissioni in paesi dove esistono vincoli, a fronte di investimenti in paesi in via di sviluppo in progetti che consentono l'abbattimento delle emissioni nocive. Le riduzioni di emissioni risultanti da questi investimenti, certificate da un apposito organismo, si trasformano in un diritto a favore dell'azienda che ha realizzato l'investimento; i diritti possono essere venduti o spesi per superare i limiti di inquinamento nel proprio paese.
L'e8 chiede dunque maggiore flessibilità nell'utilizzo del Cdm eliminando restrizioni qualitative e quantitative, abbattendo barriere di tipo tecnologico e geografico che causano attualmente una situazione di volatilità che scoraggia gli investimenti. Nelle parole riportate da Reuters, Piero Gnudi (che, oltre ad essere il numero uno di Enel, è anche il presidente di turno dell'e8) è stato chiaro: “Esistono vincoli all'uso del Cdm, ma il problema della riduzione di Co2 è mondiale e deve essere affrontato a livello mondiale. Se ci fosse più libertà di azione le aziende potrebbero investire di più in quei paesi dove l'impiego delle tecnologie più avanzate produce risultati maggiori”.
Per mitigare il riscaldamento globale, osservano i membri dell'e8, è necessario spingere l'acceleratore su ricerca e sviluppo, sia per migliorare tecnologie già disponibili, come l'idroelettrico, il carbone pulito, il nucleare, sia per dare il via alle nuove tecnologie (nucleare di IV generazione e Ccs in primis). Ma l'entità degli investimenti, osserva ancora l'organizzazione, è tale da presupporre sforzi non solo da parte delle aziende ma anche dalle istituzioni nazionali e internazionali. E, anche in questo contesto, emergono due leit motiv che segnano le richieste di tutti gli attori del mondo energetico: politiche chiare e a lungo termine e incentivi mirati per tecnologie pulite ma ancora poco convenienti economicamente.














